Tra terra ed acqua

La casa del lavorente nasce nei secoli scorsi, tra terra ed acqua, che hanno rappresentato per la nostra gente il senso stesso dell'esistenza completandosi, scontrandosi, accompagnandosi, ma sempre con un unico e solidale orizzonte, che tutti ha coinvolto nelle singole e collettive vicende umane, trovando sintesi nelle splendide albe primaverili e nel richiamo vespertino, tinto d'infinite sfumature.

E' storia del lavoro e della volontà plurisecolare di trovare nella risorsa terra, non solo una gratificazione materiale, pure un modo di essere e di vivere, un modello produttivo, la necessità di evidenziare nelle trasformazioni agricole, di cui era protagonista il lavorente, le eccellenze di questa terra fertile e generosa.

E la storia è trascorsa inesorabile proiettandosi nella lente trasformazioni di un tempo, e invece, accelerando nella contemporaneità il suo corso. E sempre appaiono evidenti la condizione sociale, le aspirazioni talvolta represse, la precaria economia rurale, i messaggi del mondo neotecnico. Le insoddisfazioni latenti, il grande buon senso di un cammino, seppur irto di difficoltà, in grado di affrontarle e di superarle con la bonarietà dell'uomo dei campi e quell'irenica volontà di riscatto che guarda oltre l'orizzonte immediato.

Paesaggio della pianura atesina Il fiume Adige Veduta della campagna veronese

La casa di mattoni

La casa di mattoni, coi muri spessi, con la stalla, con le vicissitudini domestiche; con le incombenze della stagionalità; con il discorrere sempre placido e soppesato; con le precoci albe e la cadenza ritmata concorde con gli animali del lavoro; l'armonia della corte animatissima, il fruscio intenso del vento autunnale: è un mondo che è stato e che si fa.

E seppur lo sviluppo recente dell'agricoltura è stato selettivo e ha dovuto stare al passo con la rapida evoluzione economica, la casa del lavorente insegna che il mondo rurale non è affatto assopito, resta vivo nella sua integralità, perché proprio la storia che lo ha reso così significativo nei secoli, si dimostra, ogni giorno ancora di più, indispensabili. Le nuove tecnologie non ne hanno affatto scalfito l'essenza primordiale, di un settore veramente strategico, in grado di interpellare anche le persone meno avvezze ad avvicinarsi a quella terra, che è stata ed è fondamento del nostro sviluppo e della nostra esistenza.

Costruzioni, fiume, colture e natura attendono ancora oggi la nostra amicizia, che è quello che questo breve itinerario affatto nostalgico, ci invita a fare, per ritrovare con la casa del lavorente e il grande fiume, anche noi stessi, la nostra originalità di terra di pianura, il nostro orgoglio di appartenere e identificarci in questo splendido mondo di originali spazi, animali, paesaggio, costruzioni, intelligenza e perspicacia, intuito e saggezza, lungimiranza e voglia di vivere, espressioni genuine della nostra umanità, della nostra profonda e germinante spiritualità.

Lungo il fiume, tra gli argini

Chi abita la nostra pianura ha ricevuto molto da questo straordinario paesaggio dove terra e acqua si compenetravano e compenetrano. Si tratta di una lenta e incessante trasformazione che in un processo geologico, paesaggistico e storico ininterrotto, ha coinvolto l'umanità che aveva trovato lungo il fiume un approdo esistenziale.

Questa relazione non è sempre stata facile, eppure ha saputo sempre individuare i punti di convergenza, al punto che chi lavora la terra, si lascia coinvolgere nella passione incondizionata per un lavoro che non sempre offre frutti sufficienti, ma che predispone l'animo umano alla generosità, all'umiltà, alla realizzazione di un progetto che si avvalora nella dimensione sociale.

La casa del lavorente intende proprio descrivere la certezza di un impegno, la forza di un sacrificio a volte oneroso e reiterato, il senso stesso dell'appartenenza a una terra, che è sempre singolare e unica, come qui nella pianura atesina.

E allora quella casa diventa anche l'ostello di un mondo circostanziato dove lo stesso linguaggio, la stessa comunicazione essenziale e parca, riesce a dimostrare quanto la terra sia una maestra di vita, non da interpretare, ma da assumere come paragone.

L'orizzonte frenato dai possenti argini, contraddistingue il paesaggio della pianura atesina veronese, mutevole forse, ma immersivo, poiché, come ampi sono gli spazi coltivati, il grande cielo annega lo sguardo, e crea multiple sensazioni.

Il fiume appare come lo specchio veritiero del vissuto, come se fosse una memoria protratta, senza soluzione di continuità, un vedere e un rivedersi, solo parzialmente però statico, poiché racchiude il generale e splendido miracolo del Creato.

Quanta natura in questa campagna, che nonostante l'imperversare della meccanizzazione, lascia ampio spazio, e anzi, avvalora la presenza dei fiori, delle erbe, delle essenze, degli uccelli, della canna palustre, proponendo una disposizione della campagna veramente maestosa, coi fossi, con i coltivi ordinati e geometrici, con le infinite sfumature che sono insieme umane, animali e vegetali, perché tutto qui si compenetra e arricchisce.

E il lavorente non era distratto dal suo cantuccio agreste, dalle altre voci che sostavano e faticavano lungo il fiume. Pensiamo ai barcari, che con le loro imbarcazioni procedevano con continuità remando ritmicamente. E il battito del fiume era come un pulsare inavvertito e gravido di sensazioni e umori, quasi fosse un pulsare umano, perché la grande via d'acqua si fa, proprio in questa dimensione dialogica, un richiamo incessante ai primordi. A quando, proprio lo scorrere delle acque dava origine alla pianura, stratificando quell'argilla e quei sassi fluviali che sarebbero stati inseguito proprio il tessuto connettivo della casa del lavorente.

E questo incontro lo si vuol proprio riassumere, nel percorso espositivo dedicato ne “La casa del lavorente: lungo il fiume, tra gli argini…”: tragitto della mente, del cuore e dell'anima, nella conoscenza, e non interpretazione di un mondo estraordinario. Un mondo che esiste ancora e che ha nel cibo che noi quotidianamente consumiamo, una rilevanza non solo alimentare. Le varie sigle che connotano la qualità dei nostri prodotti, forse tengono scarsamente conto di quello che, l'esperienza, la duttilità professionale, la perizia gestionale, l'acume organizzativo, hanno saputo nel corso dei secoli pianificare per donarci il grande patrimonio del nostro tessuto rurale. Un presidio straordinario dalle insidie del tempo, e quasi di più dell'uomo.

Ecco allora, che il lavorente non è solo, e non teme di esserlo, poiché con lui ci sta il resto dell'umanità che cerca pane, polenta, companatico, verdura, frutta, vino; l'essenziale sì, che deve trovare rispetto, stima, comprensione.

Qui l'acqua è un elemento funzionale a quella verzura che spazia tra fossi e capezzagne, in un reiterarsi interpretativo, mai monotono, e sempre rallegrato e animato da una vita intensa, intermittente, che rigenera e rinfranca in ogni stagione dell'anno.

E proprio il grande patrimonio eno-gastronomico, che predilige una cucina, non forbita, piuttosto semplice e frugale, evidenzia come l'eccellenza dei prodotti colti nei fertili terreni alluvionali e della bonifica del nostro territorio, rappresenta lo specifico colturale e culturale dando vita a pietanze scarsamente elaborate, gustose e nutrienti. E anche laddove, la cottura si fa esigente, e la preparazione complessa, vi è dentro l'esperienza e l'umanità esperta, che ha saputo tramandare tanta genialità culinaria.

Il grande e fecondo patrimonio del lavoro agricolo, dimostra come con sacrificio, costanza e dedizione si è saputo e si sa intessere un dialogo proficuo con questa terra, al punto da farne un vero e proprio spettacolo di coltivi, geometricamente disposti, e una fertile area dove le produzioni ottengono una realizzazione ottimale. E dobbiamo ricordare in questo la grande fatica ora meno presente nell'Est veronese, della risaia; abbracciata con docilità dagli imprenditori del passato, trasformando i nostri terreni per una produzione che si allargava di anno in anno. E le mondine ne sono state protagoniste incontrastate.

Ogni specifica attività rurale, tuttavia, predispone ad una tradizione feconda, invidiabile, preziosa anche per l'oggi convulso e distratto.

Come non ricordare, ancora qui, l'apporto straordinario e incisivo dei badilanti e degli scariolanti: migliaia di persone che hanno reso fertile e coltivabile questa terra. A loro e per loro non è sufficiente una dedica, poiché grazie a loro è sparita la malaria, è stato ridonato l'antico splendore a questa terra, avviato già dal Moneta nel XVI secolo, si è tornati ad un modello di produzione che, in un ordine mai casuale, si fa evidente capacità produttiva quali-quantitativa.

L'auspicio è che il lavorente da quella casa, che si fa nel discorrere esperienziale di un percorso affatto esaustivo ci parli ancora di broli accuditi, di gelsibachicoltura, di frutticoltura, di allevamento del bestiame, di quelle infinite peculiarità che fanno del suo vissuto, l'autentica storia agraria che ci dovrebbe ancora una volta coinvolgere, per comprenderne fino in fondo l'essenza, che è fiume, che è terra, che è vita.

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